Tommaso Morlando segnala-Castel Volturno-Rifiuti tossici: ecco come la camorra mi ha avvelenato

Giampiero Angeli vive da sempre a Castelvolturno. Dopo alcuni malori inspiegabili è corso a fare delle analisi. «Contaminato da arsenico, manganese, cadmio, policlorobifenili, diossina». Qui per anni hanno sversato rifiuti pericolosi.

Giampiero Angeli, classe 1950, è un colonnello dell’esercito, ora in pensione. Lo incontriamo al convegno organizzato lunedì scorso a Napoli dall’Isde, l’associazione medici per l’ambiente. Angeli vive da sempre a Castelvolturno, in provincia di Caserta. Non ha partecipato a missioni all’estero, né ad altre operazioni significative che avrebbero potuto esporre il suo corpo a situazioni di rischio sanitario. Dopo aver avuto una serie di patologie inspiegabili, però, ha voluto vederci chiaro. Si è fatto analizzare in modo approfondito da un ente accreditato per verificare il suo livello di contaminazione da sostanze inquinanti.

Risultato?
Nel mio corpo è presente un cocktail di agenti chimici come arsenico, manganese, cadmio, policlorobifenili, Ipa, diossina. Quest’ultima, peraltro, è il problema minore. Si parla sempre di diossina (sprigionata dagli incendi della spazzatura, ndr) solo perché è uno dei composti tossici più noti. Negli Usa hanno fatto studi approfonditi. Durante la guerra del Vietnam gli americani utilizzarono in modo massiccio come defoliante l’“agente Orange”, una diossina cloroderivata, con effetti devastanti sia sulla popolazione vietnamita sia sugli stessi soldati americani. In Campania lo smaltimento dei rifiuti speciali e tossici è diventato una delle principali attività illecite della camorra. Queste aree sono diventate oggi le “terre della diossina”, riscontrata nel latte vaccino, sui terreni, nel foraggio. La diossina, però, è solo il più noto dei veleni: in Campania non ci facciamo mancare nulla. Abbiamo manganese, potassio, cromo, atrazina, e chi più ne ha più ne metta. In alcune aree come Acerra e Cercola sono stati misurati nel terreno picchi di 50 e più picogrammi di diossina. A Seveso, per 49,6 picogrammi, intervenne l’esercito con reparti specializzati per la bonifica.

Quando iniziano le sue vicissitudini cliniche?
Io sono l’unico in Campania che, a livello ospedaliero, ha fatto delle apposite analisi. Il mio iter clinico nasce da una serie di patologie che non trovavano spiegazione. Nel 2003 la Regione Campania aveva fatto i primi monitoraggi sul latte, ed era uscito fuori che il latte delle pecore della zona in cui risiedo, Castelvolturno, era contaminato da diossina. Da lì ho iniziato un percorso di ricerca documentale e, in più, mi sono “usato” come cavia. Ho iniziato a fare analisi, nel 2003, 2004 e 2005, sui policlorobifenili presso la Fondazione Maugeri di Pavia, un ente accreditato.  

E cosa ha scoperto?
Che avevo una quantità di policlorobifenili pari a quella della popolazione della zona più inquinata della località Caffaro in Lombardia, dove si verificò un grosso incidente industriale. Ma io ho sempre vissuto in Campania.

La fonte di questi veleni?
Credo proprio si tratti del Pirotecnico di Capua, l’ente militare dove facevo servizio. Mi spiego meglio. Le mense comunitarie cercano di acquistare con criteri di economicità carne, uova, latte. In quel periodo c’era la famosa cava di Sant’Angelo in Formis che era aperta, dove ci sversavano di tutto. E in quel periodo abbiamo avuto allo stabilimento militare del Pirotecnico un’infinità di decessi per tumore, nonché casi stranissimi: un operaio, ad esempio, è rimasto paralizzato per sei mesi. Non si è mai capito il perché. Dopo, come Lazzaro, si è rimesso in piedi. Inspiegabilmente.

Poi cosa accadde?
Con queste analisi fatte dalla fondazione Maugeri vado al Policlinico di Napoli: presento tutto il dossier, e loro mi fanno fare un’analisi completa per furani, policlorobifenili e diossina. Sostanze, stranamente, tutte presenti nel mio organismo per quantità significative anche se io negli ultimi trent’anni ho vissuto in un’area agricola. Stiamo parlando di parametri rispetto a cui la scienza è completamente impotente: quelli relativi alle intossicazioni croniche.

Magari molte persone ne soffrono e non lo sanno.
E certo che non lo sanno! In queste zone (stiamo parlando di dati certi, di campagne di analisi fatte da enti pubblici) è stata trovata un’infinità di prodotti chimici, ma se cercate in Rete i livelli tossici di queste sostanze non li trovate. In Campania c’è un problema globale di inquinamento: qui, grazie agli “amici di Casale”, siamo al vertice dell’inquinamento mondiale. Siamo conciati peggio del delta del Mekong (il fiume indocinese inserito nella lista dei dieci più inquinati al mondo; nella zona, durante la guerra in Vietnam gli americani fecero largo uso di bombe al napalm, defolianti e diserbanti, ndr) perché almeno lì gli Usa hanno avuto la cortesia di dare ai vietnamiti le mappe che indicavano dove avevano buttato tutta questa robaccia. I Casalesi (i camorristi, ndr) questa cortesia ancora non ce l’hanno fatta, e là dove ce l’hanno fatta la magistratura ha secretato tutto: prima per il segreto istruttorio, poi per il diritto alla privacy. Nelle zone di Acerra, Regi Lagni e Castelvolturno è documentata la presenza di ogni tipo di inquinante chimico. Le certezze scientifiche ci sono. Gli americani hanno fatto un monitoraggio sull’acqua (in zona sorgono basi Usa, ndr): hanno rilevato solo il tetraclorotoluene nell’acqua. Hanno fatto una relazione sul rischio per la salute e hanno dichiarato questo rischio inaccettabile. E i valori da loro riscontrati sono molto più bassi rispetto a quelli trovati ad Acerra e Castelvolturno.

E per i campani?

Nella regione c’è una vera e propria azione di insabbiamento. Le analisi dicono che ho un’intossicazione cronica per molti agenti chimici (arsenico, manganese, cadmio, policlorobifenili, Ipa). Le mie ricerche mi hanno portato a scoprire, perché i medici non me l’hanno detto, che si tratta della cosiddetta sindrome multichimica. Non si tratta di una malattia. è quasi un’invenzione clinica per cercare di inquadrare questo tipo di problema. Questa sindrome viene diagnosticata in Italia principalmente quando, ad esempio, si utilizza un deodorante e si viene colpiti da uno shock anafilattico. In questo caso i medici potrebbero dire “lei ha la sindrome multichimica”. Però tra il benessere e lo shock anafilattico c’è tutta una gradazione di sintomi più o meno gravi.

La ricerca medica a che punto è?
All’anno zero. Siamo in una fase di medicina sperimentale. E il disastro è che la sperimentazione deve avvenire in Campania perché stiamo molto, molto, molto peggio degli altri. Il dottor Racanelli, direttore del Laboratorio interuniversitrario di Mestre, mi ha detto che avevo il profilo tossicologico di un operaio del polo chimico di Porto Marghera. Dove io non ho mai messo piede.

Lei ha mai partecipato a missioni all’estero, magari esposto ad agenti contaminanti?
Ho sempre fatto una vita molto sana. All’estero non sono andato: quando ero in servizio non “era di moda”. Ho avuto mille riscontri che questa contaminazione è avvenuta nei luoghi dove vivo.

Come fa a esserne così sicuro?
Nella zona di Castelvolturno ci sono dei ragazzi che all’improvviso hanno degli attacchi di panico, con il cuore che comincia ad avere pulsazioni incontrollate. Questi attacchi li ho avuti anch’io: si ha davvero la sensazione di morire. Ma sapevo di cosa si trattava. Nel momento in cui ne ha sofferto anche un amico di mio figlio l’ho portato, subito dopo il pronto soccorso, in un laboratorio di analisi di mia fiducia: aveva il tsh (un ormone secreto dall’ipofisi per stimolare o meno la tiroide a produrre ormoni tiroidei) a un valore pari a 0,6.

Cosa significa?
Che la tiroide pompa ormoni praticamente da sola, di fatto è fuori controllo. E questo avviene tipicamente per l’avvelenamento da policlorobifenili. Queste sostanze chimiche, infatti, vengono interpretate dal nostro organismo come un ormone tiroideo: le immagazzina nella tiroide e poi succede il patatrac.

Ma allora chi ha avvelenato la Campania?
La “Casalesi smaltimenti company e spa”, fuor d’ogni dubbio.

La petizione
Il colonnello Angeli, nel dicembre scorso, ha inviato una petizione popolare alle massime cariche dello Stato per sollecitare provvedimenti «di massima urgenza a tutela della salute pubblica nelle province di Napoli e Caserta», territori dove per anni sono stati sversati milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, metalli pesanti, polveri d’abbattimento fumi, olii minerali, piombo, fanghi industriali (smaltiti nelle campagne come fertilizzanti: 40mila tonnellate, inchiesta “Madre Terra 1” del 2004 della Procura di S. M. Capua Vetere a Castelvolturno e Villa Literno). Ma anche cromo, nikel, rame (utilizzati come concime per i pomodori, come rivelato dall’inchiesta del 2004 della Procura di Rieti tra Lazio, Toscana e Campania). Nella petizione è altresì ricordato che nell’audizione del 21 dicembre del 2005 presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, i dirigenti della Sogin dichiararono che «in molte zone caratteristiche e ben note (…) abbiamo riscontrato una presenza di diossina centomila volte superiore ai limiti del decreto n. 471». La pubblicazione Siti contaminati (2008) dell’Arpac, l’Agenzia regionale per l’ambiente, riporta le analisi effettuate negli ex mattatoi comunali di Marcianise, S. Nicola la Strada, Villaricca, Melito: i campioni sono risultati tutti positivi per presenza di diossine, furani, policlorobifenili e, a Marcianise, anche per berillio e stagno. Le richieste della petizione hanno il solo scopo di poter avere, dopo oltre vent’anni, certezza sulle conseguenze sulla salute pubblica degli errori della pubblica amministrazione e dei crimini dell’ecomafia. A oggi non ha avuto alcuna risposta. (Valerio Ceva Grimaldi, Terra)

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