Il contrappasso democraticoDa morale a immoraledi Biagio Marzo

pd-logo.jpg  Ironicamente parlando, siamo passati dalla sinistra al caviale e champagne a quella relazionale. Se una volta la questione morale per la sinistra era tutto, ora – a fine 2009 – siamo alla questione immorale. Da questa passaggio non si sfugge e, comunque sia, il Pd se non riuscirà a superare sano e salvo, Scilla e Cariddi, cioè la questione morale e l’immorale, avrà vita grama. Per lo scandalo della Sanitopoli pugliese, è stata presa a pretesto la questione morale dalla mozione di cui è leader Dario Franceschini per lanciarla contro quella di Pier Luigi Bersani. L’accusa di cui questi è colpevole è che tra i suoi sostenitori ci siano dirigenti che non dovrebbero nemmeno essere candidati alle prossime elezioni regionali e amministrative.  A ben vedere, la questione morale è usata come arma per una resa dei conti interna. Se non fosse scoppiato il caso pugliese, della questione morale, portata in eredità dagli ex comunisti all’interno del Pd, non avrebbe parlato alcuno. Questa è stata, talaltro, uno dei motivi che spinse l’ex segretario Walter Veltroni a proporre l’apparentamento ad Antonio Di Pietro. Con il risultato che tutti sappiamo: la presa di distanza, subito dopo il voto, dell’Idv dal Pd.  Gli ex Ds hanno issato la questione morale come vessillo da Enrico Berlinguer, passato poi nelle mani di Achille Occhetto, e, successivamente, ai segretari che l’hanno succeduto. Con successo, l’hanno tenuta alta grazie al forte supporto della magistratura, visto che la Prima Repubblica è crollata per i colpi di piccone di questa. Finito l’antico regime, gli ex comunisti sarebbero diventati egemoni e padroni del campo politico-elettorale, se avessero avuto il coraggio di fare sino in fondo la loro autocritica sul passato e su Tangentopoli e, di conseguenza, sulla questione morale. Perché, in verità, hanno sempre incassato le tangenti, ma ebbero la fortuna che le Procure fecero come le scimmie dei romanzi gialli nei loro confronti. Ironia della sorte, la questione morale impugnata come arma per fustigare gli avversari, adesso, per la legge del contrappasso, la devono affrontare al loro interno. Non è che questione morale non sia stata presa al volo per lotte interne dentro i Ds e nella coalizione dell’Ulivo, ma come un volo di uccello andò via, senza lasciare alcuna traccia. E non è detto che non accada anche stavolta davanti alla Sanitopoli pugliese e dintorni.

Nel corso della segreteria Fassino, il problema morale venne fuori e fece pure chiasso, perché Giorgio Napolitano, allora non al Quirinale, Cesare Salvi e Massimo Villone – peraltro autori de “Il Costo della democrazia”, un libro in cui si condannano gli sprechi, clientele e privilegi dell’apparato amministrativo e del sistema partitocratico – e alcuni altri dirigenti diessini, la sollevarono, facendo riferimento pure ai casi Napoli e Campania, ma tutto finì in un amen. Un’altra volta, la questione morale entrò in modo dirompente nei Ds e nella coalizione di centrosinistra e fu ai tempi delle scalate bancarie. Arturo Parisi parlò di questione morale all’interno delle Botteghe oscure, provocando forti risentimenti all’interno del suo gruppo dirigente. Ma fallite le scalate, finì tutto nello spazio di un mattino. Da tempo è restata accesa la questione sotto la cenere e, comunque, c’era d’aspettarsi che qualcuno la brandisse per fare repulisti, nel momento politicamente più opportuno. La coincidenza è stato il caso sanità pugliese e lo svolgimento del congresso nazionale del Partito democratico. Il primo “dinamitardo” – e probabilmente anche l’ultimo visti i chiari di luna – è stato Giorgio Tonini su “Il Riformista”, che non è un quidam, ma un dirigente con i fiocchi e controfiocchi della mozione di Franceschini. Tonini non ha bisogno di suggeritori, ma per questa sua uscita, diciamo, non indolore è stata certamente concordata con Franceschini e con Veltroni. I quali, di fronte alla levata di scudi dei bersaniani hanno preferito scegliere lo stile inglese dell’understament, anziché giocare di sponda con Tonini. Con il senno del poi, Tonini, come nel passato Bassanini, Salvi e Parisi, è restato lasciato solo. Per l’esattezza, cosa ha detto Tonini per creare tanto scalpore: “Bersani e Franceschini non sono sullo stesso piano. Non facciamo finta di nulla, non si può tacere che la componente politica dell’ex ministro è fondata su un modello che va cambiato radicalmente. E’ quello dei Bassolino, dei Loiero, di quelli che amministrano la Puglia degli scandali. Tutti loro, e non a caso, sostengono Bersani nell’ottica di un disegno che rinuncia alle ’rotture’ necessarie e punta, semmai, solo a sommare un pezzo di sinistra e l’Udc di Cuffaro. Aggiungo una cosa: è stato proprio per il prevalere di questo disegno che Veltroni se n’è andato”. Parole come pietre.

Tonini colpisce al cuore la politica della mozione Bersani, proponendo il Pd a vocazione maggioritaria e il rinnovamento di cacicchi e governatori, che hanno fatto la loro storia, alle prossime elezioni di primavera. Ovverosia, il contrario di quello che vorrebbe la mozione Bersani. Ragion per cui, se la questione morale fosse uno temi congressuali si prevede una scontro congressuale al calor bianco, con tutte le con conseguenze possibili ed immaginabili. Cosa farà la nuova segreteria davanti al giro di valzer che Bassolino vorrà fare: passando dal governatorato campano a sindaco di Napoli, la cui carica l’ha già ricoperta nel passato. Bassolino non è il solo, si trova in compagnia del suo omologo della regione Calabria, Agazio Loiero e del sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino. E poi ci sono i depurandi tra questi non potevano mancare Alberto Tedesco, protagonista dello scandalo sanitario e Sandro Frisullo, “utilizzatore finale” di escort.  La questione morale – che i dirigenti del Partito democratico non hanno volutamente mai affrontato in tempi passati e recenti – potrà essere una bomba ad orologeria da far scoppiare, in pieno congresso nazionale d’ottobre, per opera, come detto, della mozione di Dario Franceschini. Una bomba simile, se scoppiasse, potrebbe mettere in discussione, realmente, la stessa sorte del Pd, perché propone un processo di discontinuità nelle candidature e, comunque, le dimissioni dal partito di tutti coloro che sono coinvolti in inchieste giudiziarie. In verità, troppo si è praticata, nel Pd, la politica dello struzzo, lasciando, senza proferire verbo mani libere di fare e disfare alle Procure. Guai a dissentire al loro operato, prova ne sia il caso dell’ex governatore dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco: il Pd lo lasciò solo e meno male ebbe la solidarietà e il conforto di leader e dirigenti politici di parte avversa. Ad esempio, ebbe la solidarietà di Marco Pannella e di Silvio Berlusconi, ma non quella di Walter Veltroni e Massimo D’Alema.  Casomai ci fosse stata, è avvenuta a scoppio ritardato.

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