di Sara De Balsi. Nero Napoletano. Un romanzo a fumetti noir con molte tinte…
Traiettorie sociologiche: Nero Napoletano. Un romanzo a fumetti noir con molte tinte Denique sit quidvis, simplex dumtaxat et unus. Orazio, Ars Poetica, 23
Raccontare Napoli. L’arte ci prova da sempre, con forme, schemi e linguaggi che a volte si ripetono, a volte sorprendono. La letteratura, in particolare, accetta questa sfida ogni giorno, riproponendo la città da nuovi punti di vista, indagandone le zone d’ombra, ambientando in essa i conflitti, i disagi, gli scontri del nostro tempo.
Nell’ambito del Comicon, il Salone Internazionale del Fumetto di Napoli, in collaborazione con il Corriere del Mezzogiorno, è stato presentato Nero Napoletano, che è – recita il sottotitolo – un “romanzo a fumetti tra cronaca e mito”. Ciò che quest’opera si propone non è raccontare Napoli, ma suggerirla invece attraverso decine di sensibilità diverse, a volte tra loro stridenti, nel quadro di un’opera collettiva che ricorda la trama del territorio cittadino.
Così scrive nella prefazione Sergio Brancato, autore del soggetto e regista dell’intera operazione.
Un’opera collettiva, dunque: cinquanta disegnatori campani, tutti legati al grande laboratorio costituito dalla scuola italiana di Comix, sei sceneggiatori di grande esperienza, un’unica guida, Brancato, uno dei pilastri della cosiddetta nona arte nel Sud Italia.
Molte mani al lavoro, dunque, ma una sola trama. Che non a caso trova nel mito il mezzo per rappresentare – rendendole attuali e insieme atemporali – le dinamiche del Potere, dell’Odio, dell’Amore, della Morte. La saga scelta è quella di Medea, di antica tradizione epica: Nero Napoletano, prima ancora di essere un noir (“Perché Napoli è la più abusata metropoli d’Occidente, e la metropoli è sempre noir”, scrive Brancato nella prefazione), è epica. Nonostante variazioni, digressioni e spinte centrifughe di varia natura, infatti, al centro dell’opera resta l’epos, racconto di imprese di eroi del Bene e del Male. Questi personaggi si muovono in una Napoli dalle mille facce, tutte indagate e rappresentate nella loro fisicità: ogni disegnatore, infatti, ha realizzato due tavole, rigorosamente in bianco e nero, e ogni coppia costituisce una scena a sé, ambientata in un posto diverso. È evidente il gusto del regista nella giustapposizione dei luoghi più lontani – e non ci riferiamo a distanze geografiche -, che stridono al contatto.
Vediamo così piazza Mercato, teatro del delitto con cui si apre il romanzo; Spaccanapoli e vicoli collaterali; i Quartieri Spagnoli, la Sanità, Forcella, aree d’ombra della città del sole; il Maschio Angioino, “cuore di pietra della città”. Non mancano gli interni: il commissariato di polizia, la villa del boss di camorra, la casa del magistrato a capo delle indagini, l’appartamento del giornalista che scrive sulla faida che insanguina la città. Ma Nero Napoletano rappresenta anche zone ai margini di Napoli, o fuori da essa: le vele di Scampia; l’area flegrea; Castelvolturno, roccaforte camorristica nel casertano; e soprattutto il Vesuvio, mito nel mito, divinità silenziosa, potenza distruttrice, o forse mezzo estremo della catarsi.
Il panorama narrativo contemporaneo è ricco, ma c’è un titolo da cui non si può prescindere, ed è naturalmente Gomorra di Roberto Saviano.
Come la trama stessa: Nero Napoletano è una lettura non facile, che abbonda in temi e soluzioni. Gli stili dei numerosi disegnatori si giustappongono, distraggono il lettore dal plot, lo privano di una visione lineare, lo inducono ad ammirare i frequenti virtuosismi tecnici – l’ accumulo dei quali è inevitabile, visto il poco spazio a disposizione di ciascuno: tutto ciò a spese dell’unità d’azione. Anche considerando il solo testo, non mancano scene completamente avulse dal resto della storia, che la arricchiscono e al contempo la complicano: bozzetti di vita metropolitana, personaggi che non riappariranno più, note di colore (non è tutto Nero, evidentemente!) condite di umorismo made in Napoli, e, in netto contrasto, tragedie che si consumano nello spazio di due tavole. Come quella di Nadia e Simba, una ragazza dell’est e un ragazzo africano, martiri di una strage in una discoteca di Castelvolturno.
Tuttavia, la continuità vince: grazie alla sapiente regia, al duro lavoro di editing e confronto che ha dato compattezza al testo, alla storia che convince – quasi, costringe – il lettore a seguirla. La varietà stilistica cede, in nome dell’unità tematica: il fumetto riesce a contenere le spinte centrifughe dei vari talenti e la disomogeneità degli stili.
Ne emerge una Napoli unica, proprio perché – paradossalmente, rispetto al titolo – policroma. Tutti i colori della città emergono dalle pagine in bianco e nero di quest’opera eterogenea, plurivoca, epica. Resta da chiedersi: quella raccontata – o suggerita - in queste pagine è la vera Napoli?
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