di Lucia Grazia Varasano-Mafia africana: gli immigrati vittime e carnefici in competizione con la camorra

La mafia africana è una goccia di criminalità “nera” in terra italiana, che porta con sé la propria cultura, e che scopre che l’illegalità è qualcosa di più proficuo della raccolta dei pomodori. Una mafia che si scopre mafia nella penisola, dove crea un proprio circolo malavitoso, assoggettando al potere i connazionali, minacciati di atti di ritorsione sui familiari in patria e riti woodoo. Una mafia che avvolge le campagne della Campania con l’accondiscendenza della camorra, che le lascia ampio spazio di manovra, proprio perchè essendo “di basso profilo” come quella cinese, sa stare al suo posto e riconosce i ruoli tanto da pagare il pizzo e le tangenti per poter operare.

A raccontarne l’ascesa, i legami, le protezioni e gli orrori è Sergio Nazzaro, autore di “MafiAfrica” (Editori riuniti). Un viaggio tra riti woodoo, sacrifici umani, traffici di droga da centinaia di milioni di euro. Ovulatori addestrati che da sud America e Afghanistan, attraverso il nord Africa e l’est Europa, convergono nel sud Italia per poi rivendere la droga in tutta l’Unione Europea. Un viaggio attraverso una mafia nigeriana tra lusso e povertà, tra “scarpe di coccodrillo e giacche bianche alla Cotton Club”, che si è consolidata tale in Italia, che ha scelto come base operativa mondiale l’area tra Castelvolturno (Caserta) e Napoli, la Domiziana.

C’è chi definisce la Domiziana (statale n.7 quater nel cuore della Campania) che “l’altra polveriera” dopo Rosarno e non ha tutti i torti se su scala nazionale, stando ad una ricerca dell’Università Cattolica di Milano sui “Processi migratori e integrazione nelle perifie urbane”, l’Italia tutta sembra essere a rischio banlieu. Ma dalla Strage di Pescopagano, da quella di San Gennaro, dalle rivolte di Castel Volturno e dai fatti di Rosarno, non sembra cambiato un granché in questi territori stappati alla vita e alla storia, e scelti perché lontani dal controllo dello Stato. Una situazione che già il programma di Rai 3: “Un mondo a colori” denunciava nel 2008 col “Domiziana tour” di Paolo Zagari, e sempre rai tre realizzava nel 2009 per DOC3 “La Domitiana”, di Romano Montesarchio.

Ma perché scelgono l’Italia? Perché “l’Italia è sempre stato il paese più facile dove stare. Basta entrare e rimanere”, questa la risposta di Jean, estratta dal secondo capitolo Mafiafrica sul sito www.sergionazzaro.com/mafiafrica. Pur arrivando da altre zone d’Italia, a Castel Volturno gli extracomunitari trovano l’ospitalità dei connazionali e il silenzio degli abitanti del posto che per qualche spiccio in più, affittano case stipulando “contratti” illegali e taciti, unica richiesta: pagare con precisione.

A Castel Volturno non arrivano tutti per delinquere ovviamente! C’è anche quella parte di immigrati che vuole vivere nella legalità ed esercitare il diritto d’asilo sul territorio italiano, come riconosciuto dall’art. 10 della nostra Costituzione. Antonio Scalzone, sindaco di Castelvolturno, che sembra voler rendere più complicate le procedure per ottenere la residenza e costringere gli immigrati ad andare via attraverso una petizione popolare. Altri sollevano dubbi sulla “trasparenza” dei controlli all’American Palace, luogo simbolo dell’insediamento africano a Castelvolturno: la Guardia di Finanza lo avrebbe ispezionato e  trasferito al CIE (centro di identificazione ed espulsione) alcuni immigarti, anche se nella palazzina, come riferisce “Oltregomorra” , non sono state trovate tracce né di droga e né di armi.

Esistono poi, esempi virtuosi di persone che s’impegnano in nome dell’integrazione, e lo fanno da anni, come il centro di accoglienza “Fernandes” fondato dall’Arcidiocesi di Capua, che vive con il sostegno dell’8 per 1000 della Chiesa Cattolica. Oppure i missionari comboniani, che tra le tante iniziative, distribuiscono viveri agli immigrati e forniscono aiuto alle donne vittime dalla tratta. Sul sito dei missionari, vengono inseriti news e video, tra cui spicca un’intervista al sindaco Antonio Scalzone che ribadisce la linea del “pugno di ferro” nei confronti degli immigrati. A latere, c’è da dire che lo stesso Scalzone sarebbe stato “tirato in ballo” da alcuni pentiti che avrebbero  ribadito la vicinanza di quest’ultimo ai casalesi, come riportato da Articolo 18.

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